10 (evitabili) consigli per diventare un copy di provincia

Uno dei più chiari segnali della mia notorietà e affermazione come copy di provincia sta nella quantità di messaggi che mi arrivano dove mi si chiede consiglio su come diventare una famosa copy (di provincia) come me e lavorare nel fantastico e luccicante mondo nel web.

Allora ho deciso di scrivere questo post di pubblicità utilità (mia) e darvi, così come si fa nei migliori blog della serietà, un bell’elenco puntato di consigli. Così ve lo linko direttamente invece di dirvi sempre le stesse cose.

  1. Proud to be a copy. Io vi vedo su Fb, su Linkedin, su Twitter. State tutti a definirvi “Social Media Manager, Content Specialist, Digital Planner” e cap ‘embrella varie. Nessuno scrive semplicemente che fa il copywriter. E sembra quasi che se non metti almeno un paio di nomi inglesi per il lavoro che fai non sei nessuno.  Io passo meno della metà del mio tempo di lavoro a scrivere, ma non mi definirei in altro modo che copywriter. Sono quella che scrive.  E ne sono orgogliosa.
  2. Esercitati. Io sono del parere che scrivere bene sia un talento che non si può imparare da zero. E’ come saper cantare (bene): ci vuole voce e orecchio. E come per il canto c’è bisogno di un’esercitazione costante. A me hanno sempre detto tutti “come scrivi bene!” ma se vado a rileggermi quello che scrivevo nel 2004 o anche oltre non mi piace mai.
  3.  Non limitarti a scrivere. Pensi che per fare il copy basti aprire un foglio di word e scrivere? Anche, ma poi dopo quello che hai scritto devi saperlo mettere in pagina, conoscere un po’ di html, capire come funziona un cms, avere un’infarinatura di SEO. E magari anche saper ritagliare e ottimizzare una foto con Photoshop.
  4. Vivi la rete. Ogni giorno, o quasi, lì nell’agenzia dove lavoro, riceviamo cv di gente che vuole fare il copy-social qualcosa.  Lo andiamo allora a cercare in rete: niente. Facebook con foto del mare o peggio chiuso, account twitter inesistente, blog non pervenuto. Come vuoi fare il copy-social-media se non vivi per primo la rete? Master, corsi e lauree sono inutili se in rete non sei nessuno. (Per carità però, non prendete a modello la mia di timeline FB, ancora mi domando come abbiano fatto ad assumermi dopo aver visionato i miei album di autoscatti).
  5. Fatti un indirizzo @gmail e che non ti vergogneresti di pronunciare a voce alta. Inviare cv da puffettina@libero.it non depone molto bene…
  6. Lascia perdere il cv europeo, scrivere che sei capace di lavorare in gruppo non vuol dire niente.  Massimo due paginette e mail di presentazione con link a tutti i posti dove scrivi sono più che sufficienti.
  7. Attenzione alla grammatica e all’ortografia… Sì, lo so, io per prima sono la reginetta del refuso e dell’errore. Tu però cerca di non prendermi ad esempio e scrivi correttamente (accenti, spazi, punteggiatura…).
  8.  …ma non esserne schiavo. Una volta, una tipa mi ha scritto perché stava facendo un master in Social Media e voleva consigli su qualche agenzia dove fare uno stage. Per tutta la mail mi diede del Lei. Proprio così, con la lettera maiuscola. Io le risposi che avrei evitato certi formalismi, che il web è un posto friendly, in genere si dà del tu, ma se proprio vuoi dare del lei, evita la maiuscola. Lei mi rispose invitandomi il link all’Accademia della Crusca dove si diceva fosse corretto utilizzare il Lei maiuscolo.
  9. Se ti chiamano per un colloquio non andarci col tailleur di quando ti sei laureata o col vestito del matrimonio di tuo cugino. Potresti sentirti un po’ a disagio. Io al colloquio con l’agenzia dove sto ora mi presentai tutta carina: camicetta bianca col fiocco, pantaloni neri stretti, scarpette col tacco. Venni ricevuta dal capo in bermuda a quadretti e infradito. Avessi avuto anche la giacchetta mi sarei sentita davvero ridicola. (beh, ora io continuo a vestirmi tutta carina e lui a mettersi le infradito da pasqua a novembre, ma questa è un’altra storia)
  10.  Fai questo test. Ti capita mai di pensare qualcosa e sentire il bisogno urgente di scriverla e condividerla? Una cosa che ti cominciate a scrivere in testa e non vedete l’ora di arrivare a una tastiera per buttarla giù?  Che ti senti come Giove che deve partorire Minerva? Bene, se non ti capita mai, cominciate a pensare ad un altro lavoro.
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Una mia (personale) valutazione sulla storia dei 4 euro a pezzo

Una signora delle pulizie a Napoli costa sui 7 euro all’ora. Qui a Capri 10. Tu le fai trovare i detersivi pronti, le spugnette, lo spazzolone e tutto quello che le serve per il suo lavoro. A Capri, se la signora viene dalla terraferma, come spesso succede d’estate quando la domanda supera l’offerta, le paghi anche il biglietto dell’aliscafo. Che sono 30 euro andata e ritorno. La signora viene, fa le pulizie, e se ne torna a casa.

Un cronista a Napoli parte da gratis a 7 euro a pezzo. Il redattore lo chiama e gli commissiona il pezzo. Oppure lo chiama e gli chiede come deve riempire la pagina. Il cronista piglia e comincia a chiamare alla questura, al politico, alla associazioni, ai sindacalisti ecc ecc. Tutto col suo telefono. Poi magari prende la macchina e va ad intervistare a qualcuno, seguire una conferenza stampa, ecc. Se sta a Napoli più facile che si pigli il pullman, ma il biglietto lo fa uguale perché i giornalisti hanno (in genere) questo brutto vizio della legalità. Comunque il cronista raccoglie la notizia, torna a casa, la scrive, la manda in redazione, chiama in redazione. E in tutta questa tarantella secondo voi minimo minimo 5 euro non se ne sono già andati?

E certo. Però il giorno dopo esce il giornale, che magari è capace pure che il cronista se lo deve comprare con i soldi suoi, col il tuo nome in pagina. Tua mamma è tutta contenta che tiene il figlio giornalista, il parcheggiatore ti chiama dottore e quando ti chiedono che lavoro fai e tu rispondi “giornalista” negli occhi d’altro scatta sempre un moto di ammirazione.

Ecco, questo secondo me è lo scenario che rende possibili i 4 euro a pezzo. Se fare le pulizie fosse un lavoro socialmente gratificante come fare il giornalista ci sarebbero sicuramente signore che pur di venire a lavarvi il pavimento e far carriera nel settore, accetterebbero di farlo a 2 euro a ora.

Il punto è che tra il prezzo di mercato di un articolo e il suo valore effettivo in termini di “effort” si è creato un gap valoriale che viene riempito dal valore simbolico che viene dato a questo lavoro. E al tesserino bordeaux di “giornalista” da tenere nel portafoglio. Tesserino per il quale – fin quando esisterà -  c’è e sempre ci sarà una schiera di ragazzi pronti a scrivere aggratis per due anni.

Nessuno lava i pavimenti per passione. Nessuno scrive senza passione. E tra chi scrive per passione troverai sempre persone disposte a farlo a 4 euro escluse le spese. Purtroppo.

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Le strane abitudini dei nostri vicini di casa

Era sul finire del 2007 e io me ne risalivo in treno da Catania a Napoli bella chiatta chiatta di arancini e briosche ca’ granita. Avevo un blog da 4 anni ma non ero su FB e non lavoravo ancora sul web e per il web. Era un autunno caldo e luminoso come solo certi autunni del sud Italia sanno essere. Io un po’ guardavo il mare della Calabria che fuggiva luccicando dal finestrino e un po’ mi immergevo nella lettura di Di Più.

Affianco a me una signora e una ragazza. La ragazza con una borsa frigorifero poggiata sulle ginocchia. Parlottavano tra di loro e la ragazza aveva la voce emozionata. Presto capii che il gossip migliore ce l’avevo di fronte a me e lasciai perdere le storie di tronisti e corteggiatori.

La ragazza aveva dei colpi di sole troppo chiari su una base troppo scura e veniva da un paesino alle pendici dell’Etna. Mi introducono della conservazione… “Di dove sei, dov’è che vai…”

-Vado ad incontrare per la prima volta il mio fidanzato

-Come? Sei fidanzata con uno che non hai mai visto?

-No, ci siamo visti, però solo via web-cam

-Ma tua padre è pakistano e integralista e ti ha predestinato al matrimonio con tuo cugino quando avevi 3 anni?

-No, no, quello è stato che io mi ero lasciata con un ragazzo e allora mi sono chiusa in casa perché il mio paese è piccolo e non volevo uscire e ho cominciato a  chattare. Ho conosciuto questo ragazzo, ci siamo conosciuti e ci siamo fidanzati.

-Ah. Ma proprio fidanzati?

-Sì, le nostre famiglie si sono anche conosciute con la web-cam. Ora sto portando ai miei suoceri i cannoli con la ricotta.

-E quindi ora conoscerai anche loro?

-Sì

-Stai tutto il weekend?

-No, il realtà io ho un biglietto di solo andata. Vado a stare a casa della sua famiglia. in provincia di Avellino, e vediamo come va. Vorrei rimanere là.

Ah. Lei scese a Salerno, come il ragazzo che era con me e che avevo banalmente conosciuto a una festa. Lui poi mi raccontò che il fidanzato l’aveva presa in braccio dalla predellina del treno e si era esibito in un caschè con bacio da film e poi se l’era portata via.

Io ogni tanto ci penso a questa storia e sono convinta che siano ancora insieme (mentre io e il ragazzo che avevo conosciuto a una festa ci siamo banalmente lasciati).

La mia riflessione di un mattino di 4 anni dopo su questa storia

Nei momenti di maggiore instabilità emotiva, tipo il sabato sera alle nove, mi metto a cercare su Google cose tipo “dove incontrare uomini ricchi” – “ho 31 anni e sono single”- e allora mi imbatto sempre in storie del forum di Al Femminile dove nel 80% dei casi si parla di uomini “conosciuti via internet”.

Ora. Io già nel 2002 stavo a studiare Castells e “Galassia Internet” che ci ci parlava di esperimenti di etnografia digitale che avevano mostrato come internet  aiutasse a rafforzare legami sociali preesistenti,  anziché portare all’alienazione e alla costruzione di “identità virtuali” (come invece predicavano i già sempre attivi apocalittici).

E la mia, la nostra esperienza, era quella: usare internet per comunicare con persone con le quali avevamo già rapporti nella nostra vita analogica e conoscerne anche di nuove, ma in quanto persone legate alla nostra sfera di interessi personali e professionali, non alla semplice funzione fàtica di “conoscere persone su internet”.

Persone con le quali si costruisce un dialogo collettivo e che poi, col tempo, ho cominciato a considerare a tutti gli effetti mie amiche. A Natale ho conosciuto di persona Alessandra (aka Camilla_Lo) e, sentendoci chiacchierare, ad un certo punto il ragazzo di lei ha fatto: “Ma davvero non vi siete mai viste prima? A sentirvi parlare mi sembrate due che si conoscono dalle scuole medie”. Ecco.

Però quando mi imbatto su questi forum che vi dicevo prima, mi rendo conto che c’è tutta una sacca di persone che ha un approccio totalmente diverso.

Noi “usciamo” dal web (e spesso, almeno per me, anche a malavoglia) per fare vita sociale. Per noi è l’evasione è essere sconnessi. Per molte persone invece l’evasione è su Internet.

Persone che fanno lavori che con il web hanno poco a che fare e che la sera accendono il computer e si mettono su qualche chat per evadere dalla loro vita quotidiana. Un quantità di persone (credo) numericamente superiore a noi, fuori dai nostri giri, ma che costituisce secondo  me ancora una grossa fetta della popolazione online.

Ecco, ci dobbiamo pensare a questa cosa. La rete è ancora abitata da persone che usano i forum, che usano facebook per conoscere persone nuove, che non sanno cos’è Twitter, che non hanno un feed reader. E spesso ce lo scordiamo.

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Un post tardoadolescenziale [perdonatemi]

Sono le sei di pomeriggio di un medio pomeriggio di gennaio, sapete, quei pomeriggio né belli né brutti, sostanzialmente inutili ai fini dell’economia globale della vita. Quei pomeriggi che nel ricordo si inanelleranno in una serie di giorni confusi e uguali.

(Chissà se qualcuno ha mai fatto il conto percentuale di quanti giorni sul totale dei giorni della vita vengono ricordati perché è successo qualcosa)

[Ho come l’impressione che se qualcuno facesse il conto di questa percentuale, la media annuale tenderebbe inesorabilmente alla decrescita. Io me ne ricordo tantissimi di giorni vibranti dalla seconda metà degli anni ’90 alla prima dei 2000, poi ho come l’impressione che ad un certo punto tutti i giorni vadano ad accavallarsi in una serie confusa di scrivanie, cieli smaglianti che fuggono verso l’orizzonte, spleen che si infila sotto le finestre (case libri auto fogli di giornale). Sensazioni vaghe e fuggitive che volano via come il panorama dal finestrino. Treni, molto treni. Un trolley ormai troppo piccolo].

Beh, ecco, quello che volevo dire prima di perdermi in queste considerazioni è questo.

Alle sei di sera, apro twitter (è molto bello avere sempre nuove e interessanti forme di distrazione alla mia già di per sé labile concentrazione).

Apro Twitter e trovo questo tweet del mio amichetto del cuore di Twitter (cioè l’unico che mi calcola su Twitter) (Twitter è un posto cattivissimo, mica come Facebook) che dice

(ecco, io ora non ho la soggezione del vip, ma se mi fossi trovata in treno davanti ad Enrico Brizzi e l’avessi riconosciuto, mi sarei liquefatta)

E’ un attimo a ricordarsi dell’esistenza di Alex e Aidi. Per qaunte(i) di voi Alex e Aidi sono stati più fondamentali del tipo seduto al banco dietro di voi che non vi ricordavate come si chiamava fin quando non vi ha aggiunto su FB?  Quante di voi, almeno per una volta non hanno sognato di essere definite “un intero disco di Battisti”?

 

Io ho passato tutti gli anni del liceo innamorata follemente di un tipo che ve lo raccomando. Per fortuna poi l’ultimo anno cominciai a rinsavire e a vedere la luce fuori dal tunnel, andai in gita a Bologna e un po’ mi innamorai di un altro tipo, sempre che faceva un po’ tutto l’intellettuale e che leggeva Andrea de Carlo e, ovviamente, Brizzi. Quando tornammo dalla gita lui scrisse un Aidi grandissimo sotto il muro della nostra classe. E ovviamente Aidi non ero io.

(poi è successo che mi sono fatta grande e  già al primo anno di università pareva brutto usare come citazione Enrico Brizzi. Putroppo.)

(e nessuno ormai farà più una scritta sul muro per me, o roba del genere. Il masimo del romanticismo raggiungibile da ora in poi sarà una dichiarazione pubblica su Twitter, già lo so).

E’ un attimo a ricordarsi dell’incipit (e stralci interi del libro).

presto sarebbe volato via pure quello stupido febbraio e il vecchio Alex si sentiva profondamente infelice ma in modo distaccato, come se la sua vita appartenesse – sensazione fin troppo tipica e cruda ne convengo – a qualcun altro.

 

Vedete, a 17 gli stupidi pomeriggio di febbraio sembra davvero che dureranno in eterno e che la vita resterà sempre bloccata alle sei di sera. Poi però passano e capisci che per uno stupido febbraio che passa ci sarà sempre un’inutile marzo che arriva e che sei hai un certo “daimon” dentro di te non c’è età e non c’è amore che ti possa salvare da quella voragine che si apre dietro i vetri di certi pomeriggi alle sei di sera.

 

(Per tutte le Aidi che non sono stata, per tutte le “Camilla, inutile e triste come la birra senza alcool)

(Ecco ora me lo immagino ad Enrico Brizzi che odia essere riconosciuto solo per quello che ha scritto Jack Frusciante è uscito dal gruppo,  tipo sapete, quei cantanti che fanno il singolo di successo un po’ easy poi scrivono le canzoni impegnate e si scocciano quando tutti li ricordano solo per il loro singolo di successo. Io però ad Enrico Brizzi glielo vorrei dire che del suo libro mi ricordo interi pezzi a memoria e che ancora adesso lo considero un “Grande Romanzo di Formazione” e e che ha influenzato pure il mio modo di scrivere. Mica come quelle stronzate di Paulo Coelho che pure mi leggevo a 16 anni e che ora mi fa molto ridere. Ecco, glielo volevo dire).

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Piccoli pensieri salati

Non  andrei mai a fare una crociera. Mi fanno impressione le crociere. Ogni volta che arrivo con l’aliscafo al porto di Napoli passiamo sotto qualche bestione di quelli. Alzo il naso e vedo file e file di balconcini e finestrelle. Minuscoli e tutti uguali. Un alveare. Un carcere galleggiante. D’estate a Capri li incontro sempre. Miglia di loro incolonnati per fare la fila alla funicolare con l’adesivo in petto del loro gurppo, la ricetrasmittente appesa al collo, l’auricolare nelle orecchie. La guidaparla dal microfono e dice loro dove devono girarsi e dove devono guardare. Io immagino sempre che ad un certo punto gli dica “E ora sparate alla ragazza bionda”. Loro si girano e bang bang. Tipo film di Tarantino.

In genere sembrano tutti usciti dalla casa di riposo del nonno dei Simpson ma spesso ci sono anche ragazzi, coppie giovani. Allora gli vorrei togliere l’auricolare e dirgli “guarda che sei a Capri, mica a Kabul (ma se pure fossse), puoi scegliere tu da che parte guardare”.

(i buffet continui, i giochi, la cena col capitano, stare lì rinchiuso, pur se in uno spazio enorme, con miglia di persone).

Non andrei mai a fare una crociera perché per me l’acqua salata è lavoro e fatica. E’ mio padre che io vado alle elementari che lui scende da Rotterdam a Città del Capo e può telefonare solo alle Canarie. Sono immense navi mercantili piene di container, sale macchine rumorose, tute sporche di grasso. Paesi interi di vita da tagliare e ricucire, tagliare e ricucire ogni volta. Sei mesi a bordo, due mesi a terra e poi di nuovo. Cerchi lavoro, non lo trovi, ti imbarchi. E da quando hanno inventato il boom delle crociere via anche le mie amiche. Sui grandi alveari servono api regine che mettano in colonna i gruppi e li contino quando scendono dalla nave, quando si mettono nel pullman quando tornano sulla nave. Nessuna si deve perdere, a pochi deve venire la fantasia di vedere un posto con gli occhi loro. Girando la testa dove gira il vento.

Non andrei mai a fare una crociera perché io già ci passo troppo tempo sull’acqua salata. Le telefonate alla capitaneria nelle giornate di vento: “Partono gli aliscafi?”. I pomeriggi di vento teso giù Marina Grande, i vecchi in piazza che guardano dall’alto le manovre e commentano. I giorni d’estate quando comunque il mare è un po’ agitato e impari a non sederti vicino ai giapponesi perché vomitano subito. E questa insana abitudine di tutti gli stranieri di bere cappuccino a qualsiasi ora.

Non andrei mai a fare una crociera perché chi vive sulla verticalità di questa costa, tra questi paesi sospesi a picco sul mare orizzontale, del mare ha timore e rispetto. E’ un mare dove dopo un metro dalla riva non tocchi più. Subito profondo e scuro. Dove spesso per farti il bagno ti devi tuffare e risalire arrampicandoti sugli scogli.  Un mare dove ti porti dietro da quando sei piccolo i lividi e tagli di quando all’improvviso un’onda più forte delle altre ti sbatte sullo scoglio. Un mare di cui non si ha paura, ma rispetto.

Sono in pochi ad andare a farsi la crociera, da queste parti, nonostante costi sempre meno. Ma tutti hanno un padre, un fratello, uno zio che ci lavora sopra. Tutti vanno al porto a vedere la nave da crociera che passa con tutte le luci illuminate e suona per salutare la moglie del comandante che sta a terra. Ma in pochi, tra quelli che conosco, viene in mente di andare a divertirsi su una nave.

(Due giorni fa qua si è fatta una festa per festeggiare il ritorno a casa di un ragazzo che era stato undici mesi in mano ai pirati.  Quanti di voi sanno che una nave italiano con 5 italiani a bordo è stata in mano ai pirati per undici mesi undici? Quanti di voi sanno che i pirati esistono ancora?)

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La madre di tutti i lunedì

Il primo lunedì dopo Natale. Il lunedì all’ennesima potenza. Il lunedì in cui ti piazzi sulla scrivania una bottiglia d’acqua e dici “Da oggi berrò un litro e mezzo d’acqua al giorno”. Il lunedì in cui  “Basta, da oggi non mangerò più carboidrati”. “Da oggi Camilla dice no ai cibi con la P. Pane Pizza Pasta Patate”. “Da oggi berrò una tisana Fitomagra, di quelle che la Befana mi ha messo nella calza ogni pomeriggio”. (la sera no perché poi la notte mi viene da fare pipì e tra me e il bagno ci sono le scale del soppalco e mica posso mettere un cantero vicino al letto).

Il lunedì in cui riprendi la palestra porgendo con una certa riluttanza il bancomat per il rinnovo dell’abbonamento. Il lunedì in cui “Devo andarci almeno tre volte a settimana, non esistono santi”.

(io però vorrei dire che sono arrivata al 7 gennaio rimanendo sotto i 60 chili. Son soddisfazioni)

Il lunedì in cui mi sono alzata alle sette e mezza per pulire il bagno (…), cambiare le lenzuola, mettere a fare una lavatrice e cucinare il mio pranzo proteico. E già. Perché qua sull’isola è anche il primo giorno del nostro ramadan. Per due mesi chiude la rosticceria da cui pranziamo tutti i giorni. L’unica dell’isola. E tocca portarsi il pranzo da casa. E conoscete tutti il mio rapporto conflittuale con l’angolo cottura.

Quindi. Sappiamo tutti questi buoni propositi saranno scaricati con un delizioso gorgoglio tra mercoledì e giovedì. Quindi, vediamo di salvare un buon proposito per questo 2012.

Non mangiare carboidrati per tutto il primo trimestre 2012 non mi sembra fattibile. Anche se ci terrei che la fine del mondo mi sorprendesse magra.  Allora facciamo un buon proposito sulla dieta mediatica.

Ogni sera, alle 11, basta chat, basta feed, basta stream,basta timeline basta realtime Si spegne tutto e si legge un libro di carta.

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Quello è internèt che mi ha salvato a me.

Avevo 13 anni quando papà porto il primo computer a casa. Un 486 sistemato nella libreria del corridoio. Si avviava con DOS, ma se scrivevi /win si avviava il primo dei sistemi a interfaccia. Io ci scrivevo i raccontini che poi stampavo e mi feci degli biglietti da visita dove scrissi con una certa modestia “Milla Formisano – Tuttologa”.

Intorno al 1999 arrivo la connessione internet, 56 k, collegarsi solo dopo le sei di sera, se ti colleghi sta il telefono occupato, mio padre che arriva e mi spegne il modem mentre chatto con il mio amore virtuale dell’epoca. Ci scrivevo le tesine per l’università e soprattutto ore a chattare su msn e email chilometriche. Puffetina3@hotmail.com. Nel 2004 mi compro il primo portatile. Un HP. Lo configuro in ospedale, dove mi portarono due ore dopo che ero uscita da Euronics per un’appendicite fulminante. Scrivo con la flebo nel braccio.

Due settimane dopo parto con quello che all’epoca definivo un portatile per la Finlandia. Nella mia stanzetta c’è la connessione Adsl. Apro un blog su Clarence per raccontare quello che faccio da quelle parti.

Torno in Italia, mio padre mi fa contenta con l’abbonamento flat Adsl, apro un blog su Splinder, tengo un laboratorio all’università dove faccio fare un blog collettivo ai ragazzi, mi laureo con una tesi di laurea sui blog.

Sei mesi dopo comincio lo stage nelle redazione del giornale. Perché io volevo fare la giornalista.  Due giorni dopo  si libera un posto come stagista del webmaster. Vado dal caporedattore e gli dico “Senti, io non voglio scrivere sulla carta stampata, non me ne fotte niente del mio nome in pagina, io vorrei occuparmi del sito internet”. Lui “Non se ne parla proprio, tu sei troppo brava, devi stare qui in redazione”. Un anno dopo, finito il massimo periodo di stage previsto, arrivederci e grazie. La mia vicina di scrivania, stagista come me che avrò visto tre volte in tutto sul posto di lavoro, ha il contratto di praticantato. Lo stagista del webmaster ha il suo bravo contratto a tempo indeterminato. Tanto la redazione internet è un posto da sfigati, non ci sono mica le file di figli di industriali, dottori e amici vari da sistemare. (il webmaster nel frattempo lascia il posto per dedicarsi alla più lucrosa carriera di siti porrno, soft porrno e hardcore).

Io passo un anno in un postaccio al centro direzionale a fare bene non so cosa se non scrivere post struggenti, poi allo scadere del contratto per fortuna me ne mandano. La fortuna mia. E’ il 2007, facebook ancora non è espoloso e a Mountain View stanno cominciando tanto tanto ad elaborare il concetto di Trust Rank. Io ho sempre un blog e so aprire e chiudere un tag html. Decido di fare quello che secondo tutti fu un clamoroso passo indietro. Andare a lavorare alla metà del mio ultimo stipendio nella web agency di provincia. Basta Napoli. Basta città. Ho una scrivania a Collywood e mi faccio pure qualche mese di “abusiva”. Ma intanto. Imparo a scrivere gli anchor text come si deve, mi dedico alla vituperata arte dello scambio link,  imparo sul campo quello che si chiama “scrivere per il web”.

In un caldo e soleggiato giugno 2008 metto la bandiera dell’indipendenza installando con sommo orgoglio wordpress su un domino mio. A primavera 2010 sento che ho dato tutto quello che potevo dare e ho avuto tutto quello che potevo avere. E via.

Sei mesi dopo sbarco sull’isola. Niente più scambi link per fortuna, ma molte pagine .html da riempire limando avverbi e aggettivi. E tutto il resto. E seriamente signori, io la mattina mi sveglio contenta di andare al lavoro.

A volte incontro qualcuno che mi chiede: “Ma tu scrivi sempre sui giornali?” – Io sorrido e dico che scrivo sul web — nei loro occhi leggo un moto di delusione, come se si dispiacessero un po’ per me. Poi magari gli dico che lavoro a Capri in una web-agency. E magari loro mi chiedono – “Come ci sei arrivata? Tramite conoscenze?” – E io – “Ho mandato il curriculum, anzi due, sono andata a fare il colloquio e mi hanno presa”.

Questo post signori ha due fini. Il primo è festeggiare 8 anni di blog e benedire quel 4 gennaio del 2004 in cui decisi di aprire un blog . Il secondo è che se ti piace scrivere non è mica vero che ti devi accontentare dei 7 euro a pezzo che ti danno i giornali, quando va bene. Ci sono altre strade. E che sei pure sei  a Sud puoi trovare lavoro senza zii e padrini vari. Perhè il Web è forse l’unica frontiera meritocratica che ci rimane. E ce la dobbiamo tenere stretta.

 

 

 

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Buon proposito #1

Anche quest’anno non sono uscita a Capodanno. Avevo comprato il biglietto della festa e la maglietta carina tutta trasparente sulla schiena. Ma poi proprio non me ne è venuto. A mezzanotte come al solito abbiamo brindato con Carlo Conti che faceva il countdown e io ho pensato che fin quando c’era Carlo Conti che faceva il countdown la fine del mondo poi non poteva essere così vicina.  E quindi non faceva niente se me ne andavo a dormire. Mica era l’ultimo Capodanno del mondo.

(i veglioni a 50 euro, aeiouy, le ragazze che camminano sghembe sui tacchi che fanno male, i ragazzi che si abbracciano come rugbysti e saltellano in circolo, i cocktail di cattiva qualità, fare gli auguri a persone di cui non ti ricordi il nome, aspettare le sei solo per andare a mangiare il cornetto)

E poi come al solito mi è venuto il raffreddore. Mi soffiavo il naso e guardavo le ballerine in costume brasiliano con la telecamere che le inquadrava da sotto il sedere. Stacco sulla signora del pubblico che sbatte le mani in piumino e cappellino di lana. Chissà se quelle persone erano felici di festeggiare il Capodanno con Carlo Conti. La signora col piumino mi sembrava felice.

Affianco a lui c’erano dei tipi delle prime edizioni di Amici ma ne è io né le mie cugine siamo riusciti a dare loro una giusta collocazione temporale. Facce intercambiali di sabati pomeriggio sul divano dopopranzo. Che differenza potrà mai esserci se brindiamo al 2009, al 2012 o al 2014?

Una differenza l’ho vista, verso l’una sono salita sul terrazzo e tutto intorno era buio.Già buio.  Già finiti i fuochi. Le stelle brillavano silenziose nella loro immobilità senza tempo. Ho cercato di ricordarmi dopo quanto tempo vediamo la luce della stella più vicina, ma mica me lo sono ricordata.  Di sicuro però la luce di quelle stelle veniva da molto prima della prima edizione di Amici Di là, tondo e giallo nel solstizio d’inverno, ecco Giove.

Il cellulare si illumina e mi comunica il primo buon proposito sensato per il 2012.

Mai comparare il tuo dentro con il loro fuori.

(Non è vero che a Capodanno sono tutti più felici di te)

Buon 2012. Che vi porti quello che non sapete di volere. Perché quello che si sa di volere bisogna andare a prenderselo da soli.

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Post in re maggiore di Santo Stefano

Sapete, quella sensazione che finalmente sei seduta a tavola con chi ti conosce, che ti conosce non perché si letto tutti gli archivi del blog. Che ti conosce perché ha passato notti intere a parlare stese su un lettino singolo, viaggi in pullman a dividersi un auricolare, la mia testa sulla sua spalla. giornate intere io su una scrivania e tu di fronte alla mia. E che ora sono telefonate la domenica pomeriggio “Ciao, come stai? Che dici?” .  Pensateci un po’, quante sono le persone a cui telefonate per sapere come sta?  Telefonate vere, di quelle con la voce, no chat, no messaggi su fb.

Dicevo, sarà stata quella sensazione di essere al tavolino precario di un bar con persone con cui non ho bisogno di star lì a fare la brillante e che magari non hanno manco letto il mio ultimo post e con cui non mi devo vergognare di quello che scrivo (la dovrei finire di pubblicare cose che poi mi vergogno appena me le citano) (ma voi non morite quando per esempio qualcuno legge qualcosa di vostro davanti a voi?). Beh, per farla breve, sarà stata quella sensazione là, sarà stato l’Amarone, il prosecco, i lindor e il Campari ma lo spleen della Vigilia come al solito si è dissolto come la neve sul Vesuvio al primo sole.

Passando il Natale mi ha lasciato un filo di perle e un tubino rosa cipria, ma anche la sensazione che il vento sia cambiato.  Un po’ come quando deve arrivare Mary Poppins.  Un po’ come se stessi  in un libro di Paulo Coelho e sentissi nuova energia positiva scorrere dentro me (sia chiaro, sono passati 14 anni dall’ultimo libro di Paulo Coelho che ho letto) Questo però non vuol dire che  mi potete impunemente chiedere: “Cosa fai a Capodanno?” . Sia chiaro.

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Il Post in mi minore della Vigilia

Mi sveglio nel mio lettino singolo in mezzo al disordine lasciato ieri sera. I vestiti sulla sedia, il trucco sulla scrivania, quattro paia di scarpe sul pavimento. Fazzoletti sporchi in giro e carte di kinder. Ma quante barrette kinder ho mangiato ieri? Mi sveglio e ho mal di testa. Non riesco più a bere tre cocktail in una sera.  Mi sveglio e penso che dovrei scrivere un post triste sulla vigilia di Natale, andare a comprare gli ultimi regali e regalini, impacchettare i regali, mettere a posto la stanza, andare al bar a bere un campari spritz alle 3 del pomeriggio.  Fuori c’è un bel sole. “Non ho voglio di tuffarmi in un gomitolo di strade”.

Qualcuno suona alla porta. Un cesto per la vicina di casa che non è in casa. (“E’ un peccato davvero ma io già lo sapevo, che comunque non potevi essere tu”).

Scavo negli archivi del blog in cerca del post definitivo sulla vigilia di Natale scritto cinque anni fa, 24 dicembre 2006. Lo spleen si spalmava a fette sul pandoro. Tre giorni dopo stavo con gli stvali al ginocchio e una coroncina in testa a ballare Toxic in una discoteva gay e baciavo sulle note di Cocktail d’Amore la persona che avrebbe fatto dei mille giorni che seguirono i mille giorni migliori della mia vita.  Penso questa cosa e sono un po’ indecisa sul se rimanere nel letto a pensare che non doveva andare così oppure scendere a bermi un campari e augurarmi nuovi mille e passa giorni.

Ma possiamo star qui sempre a brindare a qualcosa di nuovo se non abbiamo saputo tenerci/meritarci quello che già c’era?  Come si fa ad augurarsi una felice vigilia di qualcosa di buono con la chiara e lampante sensazione che il meglio è già venuto e meglio non potrà essere?

E allora perdonatemi se non vi compro gli ultimi regali, se non scenderò al bar, se non scriverò il post che vi aspettavate, se i pacchetti saranno un po’ storti. “Lasciatemi qui come una cosa posata e dimenticata”. Non ho il focolare ma presto comincerà a fare buio e accenderò le lucine del presepe in attesa del Bambinello che arriverà. In fondo Gesù Bambino, nasce ogni anno. E mica è ogni anno diverso. E’ sempre lui. Il difficile è meritare e conquistare  anno dopo anno, la fatica e la gioia di una rinascita.

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