Una casa dove mettere i libri

In quante case abbiamo abitato noi sui trenta e qualcosa?

Case di studenti con la stanza da condividere: con la coinquilina lucana che asciugava il lavandino ogni volta che apriva l’acqua, con quella calabrese che quando le veniva a trovare il ragazzo partiva dalle sei del mattino a cucinare, col coinquilino punkabestia che in un semestre non cambiava mai le lenzuola.

Case di Erasmus, pieni di accenti, gente, bottiglie vuote, posaceneri pieni. La coinquilina tedesca che mette il segno del pennarello sul livello del suo latte perché ha paura che gli lo rubiamo. Il vicino di casa canadese che ci bussa per farsi fare il caffè dalle napoletane. Stanze con le foto azzeccate con lo scotch a cercare di dare un’aria di casa.

Monolocali di lavoratrici precarie, col soppalco e il bagno con le macchie di muffa. Monocali che ci torni a casa la sera e sono freddi e silenziosi e la borsa che lasci cadere all’ingresso fa un tonfo sordo. Monolocali che un po’ si assomigliano tutti nelle loro suppellettili Ikea comprate di domenica per dare un’aria di casa.

Case da cui andare e venire col trolley carico, case che poi la casa dove tornare alla fine è sempre la casa di mamma, case in cui non abbiamo mai portato tutti i libri.

Case come stanze di hotel.

E così ho lasciato pure la casetta sull’Isola. E la mia vita tutta là. che entrava in un trolley rosa.

Su un foglio a righe ho una lista con tutte le cose che devo infilare nel trolley aperto sul pavimento. Ho vasi che sono stati riempiti di fiori. Ho una candela che non è mai stata accesa. Ho un piumino caldo e che mi ha scaldato da arrotolare e schiacciare per far andar via l’aria. Pluff, fa l’aria uscendo dalla busta per il sottovuoto.

Ho fodere di divani da togliere e portar via perché possono essere sempre riutilizzate. Fodere rosa a coprire l’azzurro di questa casa troppo azzurra. Dietro le trovo bagnate dell’umidità trasudata dal muro. L’umidità di quest’isola troppo azzurra. Svuoto i deumidificatori. Un liquido azzurro radioattivo cola giù per il lavandino.

Avvolgo foto e portafoto nella carta da giornale. Quella foto di io in barca che guardo il Faro e mi ricordo che pensavo che mi sarebbe piaciuto starmene un po’ sotto a quel Faro. (E l’ho stampata e incorniciata per ricordarmi che io pensavo che mi sarebbe piaciuto e dopo due mesi avevo una casetta che a quel Faro ci potevo arrivare a piedi a vedere il tramonto). Quella foto di noi tre su un canale di Venezia dove siamo più ragazzine di ora e sorridiamo. Quella foto di Ginza e il cielo violetto di Tokyo e quella io sul ponte di Osaka che è il ponte di Blade Runner. Io e la scimmietta di Gibilterra che ci facciamo le boccacce e lontano si indovina l’Africa al di là del mare Io seduta su un molo e il mare aperto davanti. Quanto mare.

Una volta che è tutto dentro la casa ritorna ad essere azzurra e sterile come quando sono arrivata. Questa casa non ha mai visto un bacio. Perciò è sempre stata così fredda e umida. E hai voglia di accendere stufette e impostare il condizionatore sui 28 gradi fissi.

Ma ora è tempo di andare altrove. Me lo faccio dire anche da Morgan mentre scatto una foto, lascio le chiavi sull’incerata a quadretti, trascino il trolley fuori e un ultimo sguardo commosso all’arredamento e chi si è visto si è visto.

Lascio che le cose mi portino altrove.

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Come quando

Come quando metti una maglietta bianca, le converse blu e hai i capelli freschi di shampoo.
Come quando fuori c’è il sole e lavori con la finestra aperta e le voci dei turisti per strada non ti danno fastidio.
Come quando alle cinque vai a comprarti il gelato con gli spiccioli nel palmo della mano senza contare le calorie.
Come quando ancora non ti sei abituata a una bella novità e te la ricordi nel dormiveglia.

Come quando cerchi una piccola ansia dentro di te e non la trovi. Come quando per una sorta di abitudine ti trovi a chiederti “cosa c’è che non va? Perchè sono così tranquilla? Non c’è proprio niente niente?”. E allora scavi scavi  e non trovi niente, neanche uno di quei soliti piccoli pungoli che ti fanno girare nel letto come se avessi le lenzuola di flanella coi pallini. E invece le lenzuola sono lisce e sanno di bucato.

E niente, oggi è una di quelle giornate così.

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Piccoli pensieri della domenica sera

Un soffio di desideri per questa ultima sera che aspetto l’aliscafo della domenica sera.

Un soffio di desideri da soffiare in direzione di Capri che brilla lontana.

Un soffio che spazzi via tutte le domeniche sere giù a questo porto. Quelle gelide sere d’inverno, di buio vento teso e mare agitato. I guanti con i pollici tagliati per digitare tweet di spleen domenicale.

(E invece stasera l’aria è tiepida, il sole scalda le panchine e i pollici senza guanti si muovono veloci. Le campane del giorno che finisce, le risate di donne dell’est nel loro pomeriggio libero. Coppie dell’hinterland col vestito buono della domenica per la passeggiata a Sorrento che camminano mano nella mano sul molo).

Un soffio di desideri cha faccia volare via leggere tutte le paure. Tutte le paure di quando ti sta per succedere una cosa bella e ti prende quella morsa allo stomaco che ti va venire voglia di correre più velocemente possibile a marcia indietro. Ma poi invece vai avanti trascinandoti dietro una valigia vuota da riempire, un sorriso e il coraggio che, tu lo sai, quello non ti è mai mancato. Perché nessuno può continuare ad essere un’isola.

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Appunti da una primavera svedese

Quello il fatto della Svezia andò così. Eravamo a Pasqua e pioveva molto. Poi una sera che pioveva un po’ di meno io decisi di uscire con le scarpette rosse col tacco alto. Roba serissima. Per uscire con uno che si era guadagnato il Primo Appuntamento con i punti della Tessera Fedeltà come Miglior Commentatore di Questo Blog dal 2005 ad oggi. Roba che sulla tessera di Frequent Flyer tiene meno punti. E stiamo parlando di uno che nell’ultimo anno ha preso 75 voli. Leggi tutto →

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Stockholm Calling

Allora, il fatto è questo.  Sabato vado per la terza volta della mia vita a Stoccolma. Che andare a Stoccolma non è mica come andare a Londra. E se ci capiti per la terza volta te lo chiedi che legame ci sia tra te e questo posto. O che legame ci sarà. O anche “Ma che ci vai a fare a Stoccolma che mo’ sei tornata dall’America perché non te ne stai un poco a casa tua la vuoi finire di spendere tutti questi soldi devi cominciare a risparmiare ma poi non ci sei già stata a Stoccolma?” (ciao mamma, ciao zia, ciao cugina. Ehi, ci sei anche tu papà, ciao!). Beh, in ogni caso le prime due volte sono state tutte e due nel 2004, io ero a fare l’Erasmus ad Helsinki, e da lì, voi lo sapete, durante il weekend si portava molto andare in Svezia con la trombonave per bere un sacco di alcool comprato a poco prezzo al duty free sulla nave.

(Ve lo linko il post, ve lo linko: La Trombonave 4 marzo 2004)

La prima volta che sono andata a Stoccolma con la trombonave era con tutta la comitiva italo-spagnola-mediorientale dell’Erasmus. C’era pure Jaffa, il mio fidanzato dell’epoca. Mi ricordo che bevevamo certa vodka dolciastra sul ponte tra turbinelli di neve e tipo 20 gradi sottozero, c’era il karaoke finnico e pure Chi Vuol Esser Milionario Live. Condividevamo la cabina con 2 ragazze greche. Una delle due ragazze greche passò la notte a farsi a un americano con io nel letto a castello sopra. Io con l’asciugamano fredda in fronte tra sbornia e mal di mare. Bei momenti. Da non ripetere — che non tengo più 23 anni — eh. Capirete con che energia ed entusiasmo possa aver affrontato il giorno dopo la visita a Stoccolma. Di quella giornata a Stoccolma mi rimane solo una foto dove io ho i capelli di un improbabile biondo metalizzato e sembro davvero molto giovane. Ho la stessa frangetta corta che ho sul passaporto. Che però mi ostino a considerare davvero carina. (Ma i progressi della consapevolezza si notano dal fatto che non me la taglio mica più la frangetta come una “ragazza che si sente speciale dopo aver visto il Fantastico Mondo di Amelìe”).

La seconda volta che sono andata a Stoccolma ci sono andata sempre con la trombonave, ma solo io.
[ok, rivedendo le date mi rendo conto che questa era la prima e quella che stava prima era la seconda, ma fa uguale]

Questa cosa non la scrissi sul blog perché se mia mamma sapeva che mi ero presa una trombonave solo io da Helsinki a Stoccolma per poi salire in un treno per Uppsala e andare a trovare un gruppo di Erasmus canadesi con cui avevo fatto amicizia, moriva. (Ciao mamma, ti giuro che non lo faccio più).  Per risparmiare non presi la cabina e vagai solo io per tutta la notte su questa nave scintillante fino a che mi sorprese un’alba metallica tra isolotti di ghiaccio. Uno di quelle albe metalliche come sanno esserlo solo certe albe di certi mattini d’inverno in Scandinavia, quando il sole sorge tardi o fa finta di sorgere, ma si limitata a spandere una luce fredda sull’orizzonte. La nave attraversava queste isolette innevate sulle quali, sotto metri e metri di neve, si indovinavano chalet di legno e bucoliche felicità estive. I miei ricordi di Stoccolma sono legati essenzialmente alla passeggiata che mi feci da sola per il vicoli della città vecchia prima di prendere il treno per Uppsala (la pace di una chiesa protestante, il palazzo reale, una piazza con certe sculture moderne.

Prendo lo scaletto, apro lo scatolone sotto l’armadio e pesco la smemoranda nera di quell’anno:

Era il 5 febbraio 2004

“Eccomi qua, imbarcata per la Svezia, da sola e senza la minima idea di cosa fare fino a domani mattina alle 9.30. In fondo il senso del viaggio.  Mi vivo questa cosa e mi immagino già che sarà quelle cose che poi si raccontano: “quando quella volta passai una notte da sola tra finlandesi ubriachi su una nave rompighiaccio”.

07.00 del mattino Notte insonne, ovvio, ma ce l’ho quasi fatta. Comincia lentamente a fare giorno e come in un’allucinazione appaiono le prime isole su un mare ancora nero con pezzi di ghiaccio portati via dalla corrente. Luce azzurrina, ghiaccio, isole con i fari. Esco sul ponte, ci saranno -20, il mare ghiacciato intorno, isole come miraggi. L’alba della vita.

Era il 07 febbraio 2004 

Nel ritaglio di una finestra affacciata su questo bosco da qualche parte della Svezia seguo con lo sguardo una bicicletta che scivola via sulla neve. L’adolescenza che pedala via. Seduta sulla sedia di un’altra cucina, a immaginare un’altra vita, a sentire un certo pungolo di struggimento, la mancanza di un abbraccio familiare, di una lingua familiare. Sfoglio un giornale svedese e cerco di risalire al significato delle parole. (Mi rendo conto di avere codici linguistici che mi permettono di intuire il senso di certe parole, cosa che mi manca completamente con il finlandese. D’altra parte lo svedese è pure sempre una lingua indoeuropea. Il finlandese fa parte di tutto un altro fatto…)

Stamattina camminavo nel cimitero di Uppsala, stando attenta non sciupare con impronte troppo pesanti la perfezione della neve e immaginavo a come può essere sentirsi di casa qui, a provare confidenza con questi lumini nella neve. Sola in un posto dove niente e nessuno ti collega al tuo mondo, come prendersi un weekend di pausa dalla propria vita. Ma poi mi rendo conto che sono sempre io che cammino per questo cimitero innevato in mezzo al bosco, e pause dalla vita non se ne possono prendere.

Intanto ascolto i Subsonica nella stanza piena di piante di uno svedese  e penso agli strani percorsi della vita, e penso a quanto tutto può essere tremendamente vicino e tremendamente lontano allo stesso tempo. E intanto mi assale il dubbio che gli svedesi la carta igienica non la buttino nel gabinetto ma nel cestino. Almeno a quanto mi è sembrano di capire da certi cartelli in bagno. E intanto continuo a incantarmi a guardare la neve dentro frenetici momenti di noia.

 

La terza volta che vado a Stoccolma ci vado con l’aereo, niente trombonave in partenza dal molo 8 di Marina Grande. Per carità. Lufthansa, manco Ryanair con partenza da Roma Ciampino. Cambio a Monaco, come da copione. Come da copione mi passerò un paio di ore bevendo caffè gratis e pensando che sarebbe bello una volta, almeno una, uscire fuori da questo aeroporto di Monaco e vedere se è una città all’altezza delle aspettative del suo aeroporto. Per due ore l’aeroporto di Monaco offrirà caffeina ad alimentare pensieri su quello che mi aspetta lassù in Scandinavia. Altre due ore e poi sarò a Stoccolma. E per la prima volta la Scandinavia mi vedrà senza giubbotto rosso e senza scarpe da trekking.

Ci sarà tempo poi, sul volo del ritorno, di interrogarsi sul perché sia capitata di nuovo a Stoccolma. Ci sarà tempo poi per decidere se dar senso o meno a queste coincidenze scandinave (come se già non lo sapessi). Ci sarà tempo per decidere se sono semplici coincidenze o intime affinità elettive (come se già non l’avessi deciso).  Ci sarà tempo per decidere se accendere la risposta giusta  (come se già  non lampeggiasse di un bel verde brillante). Ma intanto c’è tempo. E io intanto ora me ne andrei a vedere com’è questa Scandinavia senza neve. Dopo un inverno in cui ho visto Capri con la neve, dopo un altro inverno in cui ho visto Roma con la neve, ora voglio vedere com’è Stoccolma senza.

 

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Appunti Americani – San Francisco, ultimo atto

Siamo all’ultima tappa di questa America. La scrivo che siamo tornati già da una ventina di giorni e l’America e i suoi giorni sembrano lontanissimi.

(mentre guardo le luci in mezzo al mezzo al mare e penso alla notti là in America, ma sono solo le lampare o la bianca scia di un’elica)

Giorni avvolti in una nebulosa di strade, Red Hot Chilli Peppers e hamburger. Ma poi ne scrivo e focalizzo i giorni, le ore.  La scrivo e mi rendo conto che nel ricordo esisterà un “Prima del viaggio in America” e “Dopo il viaggio in America”. Forse è proprio questa la caratteristica dei viaggi. Quello che distingue un viaggio da una vacanza. Fare da spartiacque, da pietre miliari. E non per quello che nel viaggio succede. Ma quello che il viaggio fa succedere in te.

E in questa America, senza che me ne accorgessi, gli orizzonti sconfinati mi hanno allargato lo sguardo, senza che me ne accorgessi le ossessioni di un inverno lunghi due inverni e un’estate si sono sbriciolate in un fuoco nella prima sera di primavera (con un lieve e dolce crepitio, come una foglia d’autunno che calpesti con le scarpe lungo il viale). Leggi tutto →

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Appunti Americani – La Silicon Valley

A  che altezza sta quel confine sottile e doloroso tra il “potrebbe essere così?” e il “poteva andare così”?

Ognuno di noi, durante questo viaggio, l’ha valicato da qualche parte di questa terra dagli orizzonti troppo ampi. Dove non c’è l’abbraccio di un Golfo, talmente bello da farti scordare quanto è stretto, a chiuderti la vista sulle infinite strade che passano attraverso infiniti punti. Leggi tutto →

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Appunti Americani – Il mare della California

Non è mica una cosa facile andar via da Los Angeles. Le autostrade di Los Angeles hanno tipo 5mila corsie e la nostra esperienza di guida è limitata alla due/una corsia chiusa per lavori dell’A3 Napoli-Salerno

Ma noi abbiamo l’Amico Navigatore Satellitare che ci guida, quindi dopo solo 2-3 “Ricalcolo” ingarriamo la strada giusta. Andando via da Los Angeles  giro la testa a destra e vedo il cartello che indica la freeway per San Diego. C’è qualcuno a San Diego e io per un attimo penso che mi piacerebbe andare a San Diego. Un attimo che vola via veloce come i camion sull’altra corsia.  Ma la nostra strada punta verso Nord, San Diego resta al Sud e saranno altri post ancora da vivere e scrivere e altri posti verso i quali puntare il navigatore.
(il navigatore del cuore, direi se fossi in una canzone di Gigi D’Alessio, ma per fortuna non siamo in una canzone di Gigi D’Alessio)
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Appunti Americani – Hollywood

Della notte che dormimmo nel Motel Americano di un paese definito dalla Lonely Planet “Squallido e anonimo” mi ricordo che la mattina mi svegliai e vidi il mio zainetto poggiato dietro la porta d’ingresso.

“Ma ieri sera ho lasciato lo zainetto là davanti?” – chiesi alla room-mate
“No, ce l’ho messo io nel dormiveglia perché  avevo paura che entrasse qualcuno” – rispose la room-mate

Certo, uno zainetto eastpack dietro la porta fermerebbe qualsiasi psycho killer armato di mitra in giro per paesi squallidi e anonimi della provincia americana. Leggi tutto →

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Appunti americani – La route 66

Dove eravamo rimasti? Eravamo rimasti che eravamo a Las Vegas e la notte era scivolata via ad un centesimo al minuto tra le banconote di un dollaro infilate nelle slot machine. Si era arrivati a quel punto della serata in cui cominci a vedere annebbiato, a quel punto della serata in cui già lo sai,  non ti struccherai prima di andare a dormire e la mattina dopo avrai la faccia di panda e strisciate di mascara sul cuscino.

La mattina dopo quando scendiamo è ancora notte.  Dentro gli hotel di Las Vegas è sempre notte.  Mentre noi mangiamo muffin al cioccolato signore in pigiama fumano davanti alle macchinette. Basta, dobbiamo andare via. Leggi tutto →

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