Io lo sapevo che prima o poi sarebbe arrivato questo momento. Essere fidanzati con un geologo non vuol dire solo avere un ragazzo che rifiuta il navigatore satellitare perché lui si orienta con le stelle e con il sole. Vuol dire anche ritrovarsi un ragazzo che prima o poi ti chiederà di passare qualche notte in tenda. Tenda, avete capito bene, quella cosa alta un metro che si monta e uno ci deve dormire dentro. Io dico, l’umanità ha fatto tanti meravigliosi progressi, ha inventato le case in muratura, i letti, i materassi, i materassi in lattice, il piumino e il copripiumino, l’aria condizionata e il telecomando per l’aria condizionata da mettere sul comodino, ora dico io, perché di fronte a tali meraviglie del progresso uno deve volontariamente andarsene a dormire sotto una cosa di plastica che sicuro fa troppo caldo o troppo freddo, a diretto contatto con la nuda e dura terra, tra biscie, formiche e tutti gli altri simpatici amici del bosco? Avendo pure il coraggio di chiamare tutto ciò vacanza?
Io una notte in tenda, l’ho passata. Mi sono messa a piangere perchè mi veniva la claustrofobia e mi sembrava di stare in una tomba.
Ma, come in tutte le cose, anche qua bisogna fare delle distinzioni. Una tenda solitaria, in una località isolata, tipo un remoto promotrio della frastagliata costa norvegese, ammetto che abbia un senso e un perché. Quello che un senso e un perché non ce l’ha è il campeggio.
Il campeggio. Persone civili, che durante l’inverno ti possono sembrare anche persone normali, che a bell e buono, per l’estate, decidono di trasferisi in un campo nomadi. Perché una persona sana di mente, felice possessore di una casa, decide per passare le vacanze (e quindi evidentemente per stare più contento che a casa) in un campo nomadi? Roulotte parcheggiate a due metri le una dall’altra, gente che cucina sotto tendoni di plastica con l’odore della salsa che si spande per il circondario, uomini che mangiano a a torso nudo, bambini in mutande. Fare la fila per andare in bagno in bagni che stanno in fila uno accanto all’altro. E quando arriva il tuo turno trovi pure la tazza calda. Terreno che si infiltra ovunque. Insetti. La macchina parcheggiata vicino alla tenda. Come si può tutto ciò definire vacanza? E quindi rilassamento, benessere e miglioramento della routine quotidiana? Io concepirei tutto ciò solo in caso di calamità naturale. O se vuoi prepararti all’Isola dei Famosi.
Ho barattato il campeggio con due notti in tenda sull’Aspromonte. Se mi rapisco la password del blog ce l’ha Corrado, lasciate questo post in bell’evidenza.






Concordo pienamente con la tua analisi! A me piace la vacanza di lusso!
immagino che il senso di libertà tipico della tenda non ti sconfinfera affatto
cmq e x fortuna, non esistono solo campeggiatori che mangiano a dorso nudo o signore che cucinano il pranzo della domenica.
non disdegno il lusso, ma a me piace la vancanza in tenda
ia sta buon cient ann camì.
e il fatto che quando vai in bagno sta tutta l’acqua per terra, cosa che se fossi a casa andresti a rincorrere con una mazza di scopa chi l’ha usato prima di te e invece siccome stai tra estranei ti devi stare e sentire gli infradito che fanno ciaff ciaff? portati gli stivaletti di gomma, cami.
A me piaceva l’idea della tenda ma alla claustrofobia non ci avevo mai pensato, quindi ora mi sono condizionata e non mi piace più.