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Come andò a finire il romantico weekend a Istanbul

21 February 2015

Eravamo rimasti che scendeva la notte sul Naila Hotel, un ameno motel ubicato in un sobborgo residenziale nei pressi dell’aeroporto di Istanbul. I termosifoni sono spenti, il copriletto ha lo spessore di quelli che io metto ad agosto, fuori nevica, noi non abbiamo certo un pigiama dietro. Durante la notte ci abbracciamo come se fosse l’ultima notte al mondo.
La biancheria intima è stesa ad asciugare in bagno.

Sorge un alba gelida, fuori continua a nevicare e scendiamo a fare colazione. Su un tavolino ci sono 5 fette di pane, dei marmellate monodose e una brocca di the. Il caffè è finito. Ma il wifi funziona. Il sito dell’aeroporto è ancora una scarna lista di cancelled. Anzi “Iptas”. Ormai ho imparato a leggerlo anche in turco.  “Che facciamo? Torniamo all’aeroporto?”. “E andiamo, magari riusciamo a farci piazzare in uno Sheraton”. Mi sale il vomito solo a pensare di tornare in quel girone infernale, ma la speranza di avere delle lenzuola vere per la notte mi dà la forza di alzare il braccio tra le nevi per chiamare un altro taxi dalle gomme lisce.

La fila per farsi assegnare gli hotel è ferma allo stesso punto in cui l’abbiamo abbandonata 8 ore fa. I due ragazzi che si sono conosciuti in fila dietro di noi ora sono abbracciati e si danno i bacini sul collo. Dopo un’oretta ecco che riusciamo a arrivare al desk, che secondo me come emozione è stato tipo arrivare a Santiago dopo il cammino di. Tarantelle varie, i banchetti con i generi di sostenamento e alla fine  ci infilano tutti in un bus e ci scaricano davanti a un Radisson Blue. Che meraviglia. Uno di quei meravigliosi hotel dove sai esattamente come sarà la camera prima di entrare. Dove già sai che non potrà succederti niente di male (e niente di bello). Dove ogni cosa funziona secondo schemi prevedibili e i cuscini non sono mai solo due. Dove già sai che la notte soffrirai il caldo e non riuscirai ad aprire la finestra. Dove l’aria è pesante, ma silenziosa e pulita. Fuori i vetri fumè c’è la neve, poteremmo essere in qualsiasi luogo innevato del mondo, nessun segnale che siamo in Turchia. Il confortevole abbraccio dei non luoghi.

Andiamo a pranzo, ci aspettiamo e speriamo in un bel salmone con le patate nel più puro stile Radisson Blue e invece una bella zuppa e carne non meglio identificata su letto di riso. Idem a cena. Almeno riesco a capire come mangia una zuppa una donna col velo integrale. Non la mangia. Spezza piccoli pezzetti di pane e li infila da sotto il velo. Lo stesso con la carne. Al tavolo accanto delle ragazze con lo chador ridono e scherzono con i ragazzi del tavolo accanto che non disdegnano di ordinare un bel giro di raki.

Spendiamo tutte le ultime lire turche in costosissimi drink al bar della hall. Conservo tutte le ricevute. Le devo mettere dentro la richiesta di rimborso alla Turkish alla voce “spese di sopravvivenza”. Il mattino dopo ripartiamo separati. Io a Napoli, lui a Roma. Un bacio. “Avverti quando arrivi. Non farmi stare col pensiero”. La tenerezza di chi si preoccupa se devi prendere un volo da sola. “Non mi faccio rapire dall’isis, non ti preoccupare”. Il rientro scorre tranquillo, come dovrebbe andare un volo Star Alliance. Sul volo mi ritrovo vicino a un altro gruppo di teste rotte. Origlio i loro discorsi e scopro che avevamo intuito bene. Tutti trapianti per capelli. “Jamm iut a fa i capill” mi spiegano dopo ci entro in confidenza. Strano, al TTG non c’era neanche uno stand che promuovesse il turismo capillare in Turchia. Lo aspetto per l’anno prossimo.

48 ore più tardi del previsto sono a casa. E a pensarci bene in queste 48 ore mi sono mischiata con un campionario di umanità con cui non sarei mai entrata in contatto a rimanermene nei ristoranti romantici con vista sul Bosforo. Come i pellegrini in asciugamano, le donne col ponpon arancione, come le teste rotte dei trapianti. Come Laila e Sherif, due fratelli siriani che giocavano mentre la mamma caricava il suo Samsung dalla cover rosa attaccata al nostro computer. Laila avrà 7 o 8 anni, parla un po’ di inglese e ha gli occhi grandi e dolorosi come di chi ha già vissuto troppo. Ci racconta che stanno andando in Svezia dal padre. Mi vengono in mente i giri in auto a Rinkeby, il quartiere abitato dai mediorientali alla periferia di Stoccolma. A spiare la vita tra i negozi dalle insegne in arabo a chiedermi come deve essere la vita delle signore anziane trapiantate lì dai loro assolati villaggi. Laila ci presenta il fratellino più piccolo che tira giù i pacchi di caramelle dallo scaffale e ride. Lei sorride a stento. In bocca al lupo Laila, spero che tu sia arrivata ad Arlanda e abbia trovato tuo padre ad aspettarti. Là andrà tutto bene.

(prima puntata) 

P.S. La valigia col tappeto è stato miracolosamente, immediatamente e incredibilmente rinvenuta a Fiumicino.

  • gattosolitario

    Te lo avevo detto che la valigia arrivava quando stavi lì 🙂

  • Gigi

    adoro, adoro, adoro il tuo blog, quello che scrivi, come lo scrivi, mi lascia letteralmente inchiodato allo smartphone – sì, perché i tuoi post li leggo dal cellulare in metrò – e non ci sono neanche refusi.

  • Kiara Koala

    D’accordo con Gigi su tutta la linea: leggere è un po’ come viaggiare attarverso i tuoi occhi, con quello humour dal retrogusto British (ma non eri una napoletana dop..?!) che rende pearltro la lettura piacevolissima. Grande Camy!

  • http://www.viaggiareesognare.com Lady Pillo

    Complimenti, sei bravissima e rendi davvero la percezione del vissuto! Brava brava, da oggi ti seguo anche io! 🙂

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