Si sta come i criceti sui tapis roulant del touch-screen

19 February 2012

Il sabato mattina mi piace molto andare in palestra. Al contrario degli altri giorni della settimana, dove dall’una del pomeriggio comincio a pensare tipo botta in fronte “uah, stasera devo andare in palestra”. E invece vorrei solo sedermi in Piazzetta insieme ai pazzi del paese ed incaparmi alle 8 di sera con un Negroni sbagliato.

Il sabato mattina invece no, sto bella, tranquilla, ho più fiato e in palestra ci posso restare anche due ore. Ci andrei molto volentieri anche la domenica mattina in palestra. Ma in provincia le palestre la domenica mattina sono chiuse. In provincia la domenica mattina ti metti il vestitino buono e vai a messa. E ti mangi le paste.

Certo, potrei anche infilarmi le scarpette da ginnastica e andare a correre. La strada è là, sempre aperta e gratis. Ma c’è un fatto. Un fatto sul quale stamattina mi interrogavo. Io odio correre per strada. Odio anche correre nella pineta sotto i pini in mezzo all’aria buona. E amo moltissimo correre nel chiuso di una palestra, sotto le luci artificiali da scantinato, davanti a un videowall che passa musica tamarra, i Subsonica sparati nelle orecchie, un occhio ai video tamarri e un altro ai numeri che digitalmente scorrono sul tapis.

“Se non arrivo a 200 calorie da qua non scendo”– “Ho fatto solo 2,8 km, forza devo arrivare quanto meno a 4”–“18 minuti, arrivo a 20, faccio due minuti di camminata in salita e poi riprendo”.

[Istaurando piccole lotti personali tra me e i tapis roulant, il filo delle cuffie che balla, le gambe che marciano chilometri nel vuoto. Come un criceto.]

Stamattina quindi, mentre resto a letto invece di andare a correre (e sarei andata molto volentieri in palestra) mi chiedevo: ma correre su un tapis roulant non è forse come parlare con la gente solo in digitale?

Perché diciamo la verità. On the road il mio klout sarebbe tipo 18. Col cacchio che arriverei ad essere broadcaster.

(Mentre aspettiamo che inizi la lezione di aerobica non so mai con chi parlare. Tutte si addensano a gruppetti di amichettitudine, e io al lato, come in certi film americani che passano il pomeriggio dopo i Simpson. Il venerdì sera non c’è (quasi) mai qualcuno che mi chiama per dirmi “usciamo?”. Il venerdì sera sono capace di mettermi nel letto alle 9. E restare a chattiare e scemiare fino all’una.)

Ieri sera ero a un ristorante con genitori e parenti vari. Dentro il cell non prendeva. Ad un certo punto sono uscita fuori a “telefonare”. Ma quando mai io telefono. Sono uscita fuori a rispondere a messaggi vari. Chi vuoi che mi chiamasse? Mia mamma è l’unica persona che mi telefona. Posso stare mesi e mesi a scrivermi con uno ma poi vergognarmi di fargli una telefonata. Sono capace di dimenticarmi dell’esistenza delle persone che non sono su Facebook, Twitter, Skype.

E pensavo pure. Sarei capace ora di uscire con un tipo senza prima metterci in mezzo una pre-conoscenza digitale? Voglio dire. La cosa fantastica dei social media è che capisci in 5 minuti se uno è scemo o no. Senza perderci tempo ad uscire. Ma se non c’è proprio?

Voglio dire: mettiamo il caso che incontro uno interessante, che so, in palestra (nel caso mi sia dimenticata le cuffie, per esempio). Due chiacchiere e lui mi chiede di rivederci. A questo punto il mio normale comportamento è dargli la moo card con i contatti social così mi adda e io capisco subito se è scemo o no. Ma se questo tipo non ha manco l’account FB? Sarei disposta a correre il rischio di uscirci così, a scatola chiusa?

Pensandoci. Tutte i miei amici no-social sono tipi da corsetta all’aperto. Ci deve essere una correlazione. Tutti tipi che non hanno nessuna difficoltà a premere il tasto “chiama”. E io invece va sempre a finire che premo Invia.

 

×