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Nella memoria gli scenari prendono il posto dei drammi

“Un giorno tutta questo dolore ti sarà utile”. Durante una di quelle visioni di sottofondo di Real Time (così tipiche)  passa il trailer di questo film. “Chi l’ha detto questa frase?”- penso mentre lavo i piatti.  Mi asciugo le mani su uno strofinaccio unto, guardo con un moto di disgusto lo strofinaccio, butto lo strofinaccio viola nel cestello della lavatrice dove già c’era una camicetta bianca e gugglo lasciando ditate di unto sull’iPad.

Ecco, è  tratto romanzo di Peter Cameron che non ho letto. Cioè, dal titolo avrei potuto leggerlo, che è un bel titolo, ma una volta lessi un romanzo di Cameron  “Quella sera dorata” perché mi piaceva il titolo ed era edito da Adelphi. E l’avevo trovato vago e inconsistente. E niente di peggio dei libri che vorrebbero essere profondi e invece sono vaghi e inconsistenti. A questo punto mi leggo direttamente Federico Moccia, voglio dire.

Quello che volevo dire, comunque, è che già mi immagino che questa frase online sul diario di tante sedicenni. Non perché abbiano letto il libro, ma perché durante la pubblicità su Real Time qualcuno ha dato un’interpretazione nobile e salvifica al loro dolore. In una chiave più pop e sintetica di quello che fa la chiesa da tipo 2mila anni.

Ora, quello che gli vorrei dire io a queste ragazzine, è di non credere si titoli dei film. La sofferenza non si evita, a 16 anni come a 32.  La differenza è che a 16 questo dolore ti sembra eterno e ineluttabile. A 32  ti fai un piantino, ti soffi il naso e nei casi più gravi cacci la vodka dal freezer. E amen. Ma questo a 16 anni non lo puoi sapere, pensi che sarà per sempre così. Come se la vita sarà sempre un infinito tardo pomeriggio di febbraio che il tuo ragazzo ti ha lasciato e domani ti interrogano e non hai studiato. E allora cerchi interpretazioni e palliativi che diano un senso alle sere chiuse in camera a piangere. Come se quelle sere servissero ad accumulare crediti formativi sulla vita. Come un’ora di palestra che dopo ti puoi mangiare un dolcino.

Ragazze, non è vero. Non leggete il profeta di Gibran. Non è vero che tanto più scava il dolore dentro di voi tanta più gioia potrete contenere. Non leggete, per carità, Paulo Coelho. Non è vero che Dio ha inventato il deserto perché l’uomo possa gioire vedendo le palme, sono solo metafore buone se non se ve la sentite di farvi carico della totale insensatezza e indeterminazione della vita.
(“Una metafora come si fa? Mi viene la poesia o la verità?)
A sedici anni ci potete credere, tranquillo. Scrivetene sul diario, apritevi un blog. Verso i 30 è meglio cominciare la tenere la vodka nel freezer.

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Content is the king (ma tanto nessuno legge su Internet)

“L’aggettivo deve essere l’amante del sostantivo e non già la moglie legittima. Tra le parole ci vogliono legami passeggeri e non un matrimonio eterno.”

Alphonse Daudet

“Tanto su Internet nessuno legge”. Sarà.  ”Tanto tutti possono scrivere. Basta  mettere le parole una dietro l’altra”.  Certo.

Sarà che io leggo tanto, tantissimo, tutto. L’etichette sullo shampoo e i romanzi di 2mila pagine. E i contenuti dei siti internet. Anche prima della deformazione profesisonale, sono sempre stata quella che si leggeva la descrizione della pagina camere. Per lavoro e per passione mi guardo tanti siti di hotel. E trovo spesso siti belli, ben fatti, con foto professionali e testi buttati là. 4 frasette scritte mettendo in fila luoghi comuni.

Tanto per i testi basta fare un accurato remix delle seguenti frasi:

Benvenuti + nome hotel

Sospeso tra cielo e mare / Immerso nella natura / A due passi dal centro
Nell’incantevole scenario /Nella splendida cornice + <nome luogo>
L’<nome hotel> accoglie i suoi ospiti in
Camere ampie e luminose, dotate di tutti i più moderni comfort
Finemente arredate e curate nei minimi dettagli
Affacciate su un mare cristallino/tipico giardino mediterraneo

[Quanta pigrizia mentale si cela dietro le accoppiate classiche sostantivo+aggettivo? Il mare è sempre cristallino, le camere sono sempre ampie e luminose e pure finemente arredate (qualsiasi cosa significhi...). Perché mica è facile scardinare le stanze mentali in cui il nostro linguaggio si chiude. Lo so bene io per prima. Prendiamo quando c’è da scrivere di matrimoni: ogni volta apro pages e non riesco a uscire fuori dalla metafora “il sogno che diventa realtà”. Come se ad un certo punto mi trovassi posseduta dallo spirito di Enzo Miccio.]

“Ma tanto nessuno legge su Internet. Non vale la pena spendere soldi per i contenuti, tanto ce li possiamo scrivere pure noi”. E poi vado ai convegni, ai seminari, ai workshop e tutti a scrivere sul loro keynote “Content is the king”.
[P.S. Pensateci un po’, voi di Napoli e dintorni che lavorate nello scintillante mondo della comunicazione, quante agenzie hanno un copy interno? Perché non tutti sanno fare un sito internèt, ma tutti sanno mettere 4 parole in fila su un foglio word e poi mandarle all’agenzia. E quindi, voi che mi scrivete che volete fare i copy, cominicate a preparare il trolley...]

[P.S. 2 Hotel che vendete i weekend a 69 euro su Groupon, di cui la metà va a loro e non volete spendere qualche centinaia di euro per farvi scrivere i contenuti del vostro sito ufficiale, non ci pensate mai al perchè loro abbiano schiere di copy?]

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Si sta come i criceti sui tapis roulant del touch-screen

Il sabato mattina mi piace molto andare in palestra. Al contrario degli altri giorni della settimana, dove dall’una del pomeriggio comincio a pensare tipo botta in fronte “uah, stasera devo andare in palestra”. E invece vorrei solo sedermi in Piazzetta insieme ai pazzi del paese ed incaparmi alle 8 di sera con un Negroni sbagliato.

Il sabato mattina invece no, sto bella, tranquilla, ho più fiato e in palestra ci posso restare anche due ore. Ci andrei molto volentieri anche la domenica mattina in palestra. Ma in provincia le palestre la domenica mattina sono chiuse. In provincia la domenica mattina ti metti il vestitino buono e vai a messa. E ti mangi le paste.

Certo, potrei anche infilarmi le scarpette da ginnastica e andare a correre. La strada è là, sempre aperta e gratis. Ma c’è un fatto. Un fatto sul quale stamattina mi interrogavo. Io odio correre per strada. Odio anche correre nella pineta sotto i pini in mezzo all’aria buona. E amo moltissimo correre nel chiuso di una palestra, sotto le luci artificiali da scantinato, davanti a un videowall che passa musica tamarra, i Subsonica sparati nelle orecchie, un occhio ai video tamarri e un altro ai numeri che digitalmente scorrono sul tapis.

“Se non arrivo a 200 calorie da qua non scendo”– “Ho fatto solo 2,8 km, forza devo arrivare quanto meno a 4”–“18 minuti, arrivo a 20, faccio due minuti di camminata in salita e poi riprendo”.

[Istaurando piccole lotti personali tra me e i tapis roulant, il filo delle cuffie che balla, le gambe che marciano chilometri nel vuoto. Come un criceto.]

Stamattina quindi, mentre resto a letto invece di andare a correre (e sarei andata molto volentieri in palestra) mi chiedevo: ma correre su un tapis roulant non è forse come parlare con la gente solo in digitale?

Perché diciamo la verità. On the road il mio klout sarebbe tipo 18. Col cacchio che arriverei ad essere broadcaster.

(Mentre aspettiamo che inizi la lezione di aerobica non so mai con chi parlare. Tutte si addensano a gruppetti di amichettitudine, e io al lato, come in certi film americani che passano il pomeriggio dopo i Simpson. Il venerdì sera non c’è (quasi) mai qualcuno che mi chiama per dirmi “usciamo?”. Il venerdì sera sono capace di mettermi nel letto alle 9. E restare a chattiare e scemiare fino all’una.)

Ieri sera ero a un ristorante con genitori e parenti vari. Dentro il cell non prendeva. Ad un certo punto sono uscita fuori a “telefonare”. Ma quando mai io telefono. Sono uscita fuori a rispondere a messaggi vari. Chi vuoi che mi chiamasse? Mia mamma è l’unica persona che mi telefona. Posso stare mesi e mesi a scrivermi con uno ma poi vergognarmi di fargli una telefonata. Sono capace di dimenticarmi dell’esistenza delle persone che non sono su Facebook, Twitter, Skype.

E pensavo pure. Sarei capace ora di uscire con un tipo senza prima metterci in mezzo una pre-conoscenza digitale? Voglio dire. La cosa fantastica dei social media è che capisci in 5 minuti se uno è scemo o no. Senza perderci tempo ad uscire. Ma se non c’è proprio?

Voglio dire: mettiamo il caso che incontro uno interessante, che so, in palestra (nel caso mi sia dimenticata le cuffie, per esempio). Due chiacchiere e lui mi chiede di rivederci. A questo punto il mio normale comportamento è dargli la moo card con i contatti social così mi adda e io capisco subito se è scemo o no. Ma se questo tipo non ha manco l’account FB? Sarei disposta a correre il rischio di uscirci così, a scatola chiusa?

Pensandoci. Tutte i miei amici no-social sono tipi da corsetta all’aperto. Ci deve essere una correlazione. Tutti tipi che non hanno nessuna difficoltà a premere il tasto “chiama”. E io invece va sempre a finire che premo Invia.

 

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♥ Il mio romantico San Valentino ♥

Capo : “Buongiorno, vi ho portato le chiacchiere al cioccolato, così nun rumpit o’ cazz voi e San Valentino”.

Amichetto digitale: “I: Wired: San Valentino tecnologico con i sex toys per lui e lei”.
“Re: sei sempre così romantico, tesoro”.

Collega: “Camì, quella San Valentino è proprio la tua festa. Dopo Carnevale”.

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Cinque canzoni d’amore per un San Valentino di struggimenti

Avete presente quei momenti in cui la mezzanotte è passata da un pezzo e vi trovate sotto il portone di casa a fumare l’ultima sigaretta e parte quella canzone? (e sembra che quella canzone sia lì, scritta e cantata solo per voi).

Prendiamo tipo l’altra sera. Eravamo in tre, io Alessio e Federica (che io Alessio e Federica li avevo conosciuto stesso quella mattina), alle spalle un evento di lavoro e qualche drink. Due di notte e la neve su Roma che lentamente si scioglieva gocciolando dai palazzi. Tre camere di hotel singole ad aspettarci e quella sensazione che il sonno ti sta trascindando, ma non vuoi lasciar andare via la notte. “Ci fumiamo un’ultima sigaretta?” “E dai, glià”.

E eccoci tutti e tre sul marciapiede di fronte all’hotel e dall’iPhone parte Tiziano Ferro che sembra cantare “L’ultima notte al mondo” per noi, la stessa canzone ed ognuno a metterci dentro la sua storia. La dolce promessa di un sorriso tra la neve, il rimpianto di una storia senza coraggio, la malinconia di un amore che resterà sempre coniugato al condizionale.

Spegniamo la sigaretta sotto il tallone e il resto sono tweet da notti in hotel quando sei da solo.

E allora mi è venuto in mente di provare a ricordarmi di tutte le nostre canzoni che poi sono diventate le mie canzoni di quando penso a quella persona. Giusto per struggersi un po’ in questo altro inutile San Valentino.

1995 – Alessandro Errico – Rose e Fiori.

Il mio primo (e forse più grande) amore mi aveva lasciato dopo due settimane perché un altro mi aveva stampato un bacio sulle labbra. Grandi drammi. E lui che mi lascia un biglietto nella tasca del giubbotto con su scritto “Io ti avrei dato il mondo”. Io quel biglietto da qualche parte, in una scatola azzurra, ce l’ho ancora conservato. E il mondo è ancora qui.

2003 – Il cielo in una stanza – Franco Battiato version

C’è una mansarda rosa, c’è un amore dal sapor nuovo. Nelle sere di maggio ci stringevamo in un lettino singolo, dalla finestra saliva l’odore del pane e della primavera. Dalla radiolina di studenti parte questa canzone e il soffitto da rosa diventa viola e le campane della chiesa sono armoniche che suonano solo per noi.

2006 – Verranno a chiederti del nostro amore- Fabrizio De Andrè

“Non son riuscito a cambiarti, non mi hai cambiato lo sai”.  E meno male, aggiungerei col senno di poi. Io intanto però continuo a fare l’amore non per amore ma per avercelo garantito e “scegliere anzichè farmi scegliere” rimane sempre il buon proposito di inizio anno.

2007 – Un chimico – Morgan versione

“Ma guardate l’idrogeno tacere nel mare, guardate l’ossigeno al suo fianco dormire, soltanto una legge che io riesco a capire, ha potuto sposarli senza farli scoppiare”. Come ci ho creduto in certe sere d’estate, quando lui imbracciava la chitarra e me la cantava tra le cicale e il rumore del mare che arrivava da lontano. Quanto ci vorrei credere ancora e dormire al suo fianco. Ma purtroppo, si sa, se non maneggiati con destrezza l’ossigeno e l’idrogeno scoppiano.. “E cosa c’è di diverso nel vostro morire?”

2011 – Ovunque proteggi – Vinicio Caposella

Questa è la più dolorosa. E ogni volta che parte a tradimento dallo shuffle mode è una stretta al cuore e non posso fare a meno di pensare “che il meglio è già venuto, e non ho saputo tenerlo dentro me” (che troppo è per poco e non basta ancira ed è una volta sola). L’incanto non tornerà e nessun nome è stato scritto nel cerchio di un anello. E ben poca grazia mi resta ancora da proteggere.  E non ti vedró mai nella “strada gonfia di polvere e vento del viale del ritorno”.

2011 – L’ultima notte al mondo di Tiziano Ferro

Per tutto gli amori che li vorresti, che sono nell’aria, ma che non arriveranno mai. Come la neve su quest’isola troppo azzurra.

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Perchè i blogger esisteranno sempre. Anche se chissà come si chiameranno.

Disclaimer

Questo è un post un po’ tecnico, da “addetti ai lavori”. Per chi si stesse preoccupando che questo blog niente a niente stesse diventando un blog serio, non vi preoccupate. Tengo già in mente un post su Tiziano Ferro e le canzoni dell’amore immaginario.

La premessa

Questo post nasce dopo il mio weekend romano al TBE12, un incontro di travel blogger e dopo il post di Gianluca sul “Perchè i blogger non esistono” e le varie reazioni un po’ piccate che ho letto in giro.

Il mio (molto personale) punto di vista

Io ho l’ho scritto direttamente sotto al logo qui a sinistra. “Mi chiamo Camilla e questo è il mio blog, ma, per piacere, non chiamatemi blogger”. A me piace definirmi “una che scrive”,  come ho scritto nella bio di Twitter.  Il mio primo stipendio è stato quello da addetta stampa a un concorso ippico. Avevo 21 anni, da allora con quello che scrivo mi sono pagata affitti, viaggi, cene, molti cocktail e troppe scarpe.

Ho sempre scritto, a 10 anni racconti pulp sui quaderni delle elementari, a 20 lunghe email ai miei amori, a 30 tweet da 140 caratteri. Di lavoro ora faccio la copy.  Di lavoro scrivo di viaggi e turismo, per passione scrivo sul mio blog di “fatti miei”, viaggi compresi.  Non sono mai diventata una travel blogger o una fashion blogger perché in sostanza la mia passione è la scrittura. I viaggi o i vestiti non sono mai riusciti ad imporsi come passioni monotematiche su cui focalizzare un blog.

Per questo mi fanno un po’ ridere i sottopancia in tv che scrivono “blogger” sotto qualcuno che ha un blog, come se quella fosse la sua qualifica più importante. E ancora di più mi ha fatto molto ridere l’uscita di Carla Gozzi a Shopping Night che ha definito l’outift di una tipa “molto stile blogger”. Come se mo’ ci fosse un modo di vestirsi che fa “blogger”.

Sui blog, nel 2004, ci ho scritto una tesi di laurea. All’epoca feci un laboratorio in cui studiavo come i ragazzi del primo anno di Scienze della Comunicazione usavo questo strumento, allora ancora abbastanza misterioso. I risultati  furono un blog collettivo che non ci mise niente a trasformarsi in un forum e decine di blog personali con scritte glitterate e foto di gattini. Grandi entusiasmi che sono durati anche un due/tre anni. Poi è arrivato Facebook e la foto dei gattini si poteva mettere molto più facilmente là. Così oggi di quei ragazzi due/tre si sono spostati su io bloggo, altri sono rimasti nel cimitero digitale di Splinder. Il contenuto, qualsiasi sia la piattaforma, sono sempre rimasti i gattini. Perché non sempre il “mezzo non è il messaggio”.

Morale?

Ritorniamo sempre sullo stesso punto, chi ha una passione “vera” la esprimerà sempre nel modo a lui più congeniale. Un blog, un album su Flickr, un canale su Youtube. Chi è bravo e vuole fare della passione un lavoro, userà questi spazi come un biglietto da visita per trovare un lavoro nel settore. O semplicemente per poter avere gratis quello per cui normalmente si paga (i viaggi o i vestiti).

E’ vero, in America ci sono persone che fanno le blogger di professione. Ma io che il sabato vado al corso di danza non è che mi definisco ballerina. Eppure le ballerine di professione ci sono. Ma pur sapendo che non diventerà mai una ballerina di professione, non per questo smetterò di andare al corso di danza.

P.S. Se ci tenete ad apprfondire il discorso,  qui c’è il mio storify

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10 (evitabili) consigli per diventare un copy di provincia

Uno dei più chiari segnali della mia notorietà e affermazione come copy di provincia sta nella quantità di messaggi che mi arrivano dove mi si chiede consiglio su come diventare una famosa copy (di provincia) come me e lavorare nel fantastico e luccicante mondo nel web.

Allora ho deciso di scrivere questo post di pubblicità utilità (mia) e darvi, così come si fa nei migliori blog della serietà, un bell’elenco puntato di consigli. Così ve lo linko direttamente invece di dirvi sempre le stesse cose.

  1. Proud to be a copy. Io vi vedo su Fb, su Linkedin, su Twitter. State tutti a definirvi “Social Media Manager, Content Specialist, Digital Planner” e cap ‘embrella varie. Nessuno scrive semplicemente che fa il copywriter. E sembra quasi che se non metti almeno un paio di nomi inglesi per il lavoro che fai non sei nessuno.  Io passo meno della metà del mio tempo di lavoro a scrivere, ma non mi definirei in altro modo che copywriter. Sono quella che scrive.  E ne sono orgogliosa.
  2. Esercitati. Io sono del parere che scrivere bene sia un talento che non si può imparare da zero. E’ come saper cantare (bene): ci vuole voce e orecchio. E come per il canto c’è bisogno di un’esercitazione costante. A me hanno sempre detto tutti “come scrivi bene!” ma se vado a rileggermi quello che scrivevo nel 2004 o anche oltre non mi piace mai.
  3.  Non limitarti a scrivere. Pensi che per fare il copy basti aprire un foglio di word e scrivere? Anche, ma poi dopo quello che hai scritto devi saperlo mettere in pagina, conoscere un po’ di html, capire come funziona un cms, avere un’infarinatura di SEO. E magari anche saper ritagliare e ottimizzare una foto con Photoshop.
  4. Vivi la rete. Ogni giorno, o quasi, lì nell’agenzia dove lavoro, riceviamo cv di gente che vuole fare il copy-social qualcosa.  Lo andiamo allora a cercare in rete: niente. Facebook con foto del mare o peggio chiuso, account twitter inesistente, blog non pervenuto. Come vuoi fare il copy-social-media se non vivi per primo la rete? Master, corsi e lauree sono inutili se in rete non sei nessuno. (Per carità però, non prendete a modello la mia di timeline FB, ancora mi domando come abbiano fatto ad assumermi dopo aver visionato i miei album di autoscatti).
  5. Fatti un indirizzo @gmail e che non ti vergogneresti di pronunciare a voce alta. Inviare cv da puffettina@libero.it non depone molto bene…
  6. Lascia perdere il cv europeo, scrivere che sei capace di lavorare in gruppo non vuol dire niente.  Massimo due paginette e mail di presentazione con link a tutti i posti dove scrivi sono più che sufficienti.
  7. Attenzione alla grammatica e all’ortografia… Sì, lo so, io per prima sono la reginetta del refuso e dell’errore. Tu però cerca di non prendermi ad esempio e scrivi correttamente (accenti, spazi, punteggiatura…).
  8.  …ma non esserne schiavo. Una volta, una tipa mi ha scritto perché stava facendo un master in Social Media e voleva consigli su qualche agenzia dove fare uno stage. Per tutta la mail mi diede del Lei. Proprio così, con la lettera maiuscola. Io le risposi che avrei evitato certi formalismi, che il web è un posto friendly, in genere si dà del tu, ma se proprio vuoi dare del lei, evita la maiuscola. Lei mi rispose invitandomi il link all’Accademia della Crusca dove si diceva fosse corretto utilizzare il Lei maiuscolo.
  9. Se ti chiamano per un colloquio non andarci col tailleur di quando ti sei laureata o col vestito del matrimonio di tuo cugino. Potresti sentirti un po’ a disagio. Io al colloquio con l’agenzia dove sto ora mi presentai tutta carina: camicetta bianca col fiocco, pantaloni neri stretti, scarpette col tacco. Venni ricevuta dal capo in bermuda a quadretti e infradito. Avessi avuto anche la giacchetta mi sarei sentita davvero ridicola. (beh, ora io continuo a vestirmi tutta carina e lui a mettersi le infradito da pasqua a novembre, ma questa è un’altra storia)
  10.  Fai questo test. Ti capita mai di pensare qualcosa e sentire il bisogno urgente di scriverla e condividerla? Una cosa che ti cominciate a scrivere in testa e non vedete l’ora di arrivare a una tastiera per buttarla giù?  Che ti senti come Giove che deve partorire Minerva? Bene, se non ti capita mai, cominciate a pensare ad un altro lavoro.
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Una mia (personale) valutazione sulla storia dei 4 euro a pezzo

Una signora delle pulizie a Napoli costa sui 7 euro all’ora. Qui a Capri 10. Tu le fai trovare i detersivi pronti, le spugnette, lo spazzolone e tutto quello che le serve per il suo lavoro. A Capri, se la signora viene dalla terraferma, come spesso succede d’estate quando la domanda supera l’offerta, le paghi anche il biglietto dell’aliscafo. Che sono 30 euro andata e ritorno. La signora viene, fa le pulizie, e se ne torna a casa.

Un cronista a Napoli parte da gratis a 7 euro a pezzo. Il redattore lo chiama e gli commissiona il pezzo. Oppure lo chiama e gli chiede come deve riempire la pagina. Il cronista piglia e comincia a chiamare alla questura, al politico, alla associazioni, ai sindacalisti ecc ecc. Tutto col suo telefono. Poi magari prende la macchina e va ad intervistare a qualcuno, seguire una conferenza stampa, ecc. Se sta a Napoli più facile che si pigli il pullman, ma il biglietto lo fa uguale perché i giornalisti hanno (in genere) questo brutto vizio della legalità. Comunque il cronista raccoglie la notizia, torna a casa, la scrive, la manda in redazione, chiama in redazione. E in tutta questa tarantella secondo voi minimo minimo 5 euro non se ne sono già andati?

E certo. Però il giorno dopo esce il giornale, che magari è capace pure che il cronista se lo deve comprare con i soldi suoi, col il tuo nome in pagina. Tua mamma è tutta contenta che tiene il figlio giornalista, il parcheggiatore ti chiama dottore e quando ti chiedono che lavoro fai e tu rispondi “giornalista” negli occhi d’altro scatta sempre un moto di ammirazione.

Ecco, questo secondo me è lo scenario che rende possibili i 4 euro a pezzo. Se fare le pulizie fosse un lavoro socialmente gratificante come fare il giornalista ci sarebbero sicuramente signore che pur di venire a lavarvi il pavimento e far carriera nel settore, accetterebbero di farlo a 2 euro a ora.

Il punto è che tra il prezzo di mercato di un articolo e il suo valore effettivo in termini di “effort” si è creato un gap valoriale che viene riempito dal valore simbolico che viene dato a questo lavoro. E al tesserino bordeaux di “giornalista” da tenere nel portafoglio. Tesserino per il quale – fin quando esisterà -  c’è e sempre ci sarà una schiera di ragazzi pronti a scrivere aggratis per due anni.

Nessuno lava i pavimenti per passione. Nessuno scrive senza passione. E tra chi scrive per passione troverai sempre persone disposte a farlo a 4 euro escluse le spese. Purtroppo.

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Le strane abitudini dei nostri vicini di casa

Era sul finire del 2007 e io me ne risalivo in treno da Catania a Napoli bella chiatta chiatta di arancini e briosche ca’ granita. Avevo un blog da 4 anni ma non ero su FB e non lavoravo ancora sul web e per il web. Era un autunno caldo e luminoso come solo certi autunni del sud Italia sanno essere. Io un po’ guardavo il mare della Calabria che fuggiva luccicando dal finestrino e un po’ mi immergevo nella lettura di Di Più.

Affianco a me una signora e una ragazza. La ragazza con una borsa frigorifero poggiata sulle ginocchia. Parlottavano tra di loro e la ragazza aveva la voce emozionata. Presto capii che il gossip migliore ce l’avevo di fronte a me e lasciai perdere le storie di tronisti e corteggiatori.

La ragazza aveva dei colpi di sole troppo chiari su una base troppo scura e veniva da un paesino alle pendici dell’Etna. Mi introducono della conservazione… “Di dove sei, dov’è che vai…”

-Vado ad incontrare per la prima volta il mio fidanzato

-Come? Sei fidanzata con uno che non hai mai visto?

-No, ci siamo visti, però solo via web-cam

-Ma tua padre è pakistano e integralista e ti ha predestinato al matrimonio con tuo cugino quando avevi 3 anni?

-No, no, quello è stato che io mi ero lasciata con un ragazzo e allora mi sono chiusa in casa perché il mio paese è piccolo e non volevo uscire e ho cominciato a  chattare. Ho conosciuto questo ragazzo, ci siamo conosciuti e ci siamo fidanzati.

-Ah. Ma proprio fidanzati?

-Sì, le nostre famiglie si sono anche conosciute con la web-cam. Ora sto portando ai miei suoceri i cannoli con la ricotta.

-E quindi ora conoscerai anche loro?

-Sì

-Stai tutto il weekend?

-No, il realtà io ho un biglietto di solo andata. Vado a stare a casa della sua famiglia. in provincia di Avellino, e vediamo come va. Vorrei rimanere là.

Ah. Lei scese a Salerno, come il ragazzo che era con me e che avevo banalmente conosciuto a una festa. Lui poi mi raccontò che il fidanzato l’aveva presa in braccio dalla predellina del treno e si era esibito in un caschè con bacio da film e poi se l’era portata via.

Io ogni tanto ci penso a questa storia e sono convinta che siano ancora insieme (mentre io e il ragazzo che avevo conosciuto a una festa ci siamo banalmente lasciati).

La mia riflessione di un mattino di 4 anni dopo su questa storia

Nei momenti di maggiore instabilità emotiva, tipo il sabato sera alle nove, mi metto a cercare su Google cose tipo “dove incontrare uomini ricchi” – “ho 31 anni e sono single”- e allora mi imbatto sempre in storie del forum di Al Femminile dove nel 80% dei casi si parla di uomini “conosciuti via internet”.

Ora. Io già nel 2002 stavo a studiare Castells e “Galassia Internet” che ci ci parlava di esperimenti di etnografia digitale che avevano mostrato come internet  aiutasse a rafforzare legami sociali preesistenti,  anziché portare all’alienazione e alla costruzione di “identità virtuali” (come invece predicavano i già sempre attivi apocalittici).

E la mia, la nostra esperienza, era quella: usare internet per comunicare con persone con le quali avevamo già rapporti nella nostra vita analogica e conoscerne anche di nuove, ma in quanto persone legate alla nostra sfera di interessi personali e professionali, non alla semplice funzione fàtica di “conoscere persone su internet”.

Persone con le quali si costruisce un dialogo collettivo e che poi, col tempo, ho cominciato a considerare a tutti gli effetti mie amiche. A Natale ho conosciuto di persona Alessandra (aka Camilla_Lo) e, sentendoci chiacchierare, ad un certo punto il ragazzo di lei ha fatto: “Ma davvero non vi siete mai viste prima? A sentirvi parlare mi sembrate due che si conoscono dalle scuole medie”. Ecco.

Però quando mi imbatto su questi forum che vi dicevo prima, mi rendo conto che c’è tutta una sacca di persone che ha un approccio totalmente diverso.

Noi “usciamo” dal web (e spesso, almeno per me, anche a malavoglia) per fare vita sociale. Per noi è l’evasione è essere sconnessi. Per molte persone invece l’evasione è su Internet.

Persone che fanno lavori che con il web hanno poco a che fare e che la sera accendono il computer e si mettono su qualche chat per evadere dalla loro vita quotidiana. Un quantità di persone (credo) numericamente superiore a noi, fuori dai nostri giri, ma che costituisce secondo  me ancora una grossa fetta della popolazione online.

Ecco, ci dobbiamo pensare a questa cosa. La rete è ancora abitata da persone che usano i forum, che usano facebook per conoscere persone nuove, che non sanno cos’è Twitter, che non hanno un feed reader. E spesso ce lo scordiamo.

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Un post tardoadolescenziale [perdonatemi]

Sono le sei di pomeriggio di un medio pomeriggio di gennaio, sapete, quei pomeriggio né belli né brutti, sostanzialmente inutili ai fini dell’economia globale della vita. Quei pomeriggi che nel ricordo si inanelleranno in una serie di giorni confusi e uguali.

(Chissà se qualcuno ha mai fatto il conto percentuale di quanti giorni sul totale dei giorni della vita vengono ricordati perché è successo qualcosa)

[Ho come l’impressione che se qualcuno facesse il conto di questa percentuale, la media annuale tenderebbe inesorabilmente alla decrescita. Io me ne ricordo tantissimi di giorni vibranti dalla seconda metà degli anni ’90 alla prima dei 2000, poi ho come l’impressione che ad un certo punto tutti i giorni vadano ad accavallarsi in una serie confusa di scrivanie, cieli smaglianti che fuggono verso l’orizzonte, spleen che si infila sotto le finestre (case libri auto fogli di giornale). Sensazioni vaghe e fuggitive che volano via come il panorama dal finestrino. Treni, molto treni. Un trolley ormai troppo piccolo].

Beh, ecco, quello che volevo dire prima di perdermi in queste considerazioni è questo.

Alle sei di sera, apro twitter (è molto bello avere sempre nuove e interessanti forme di distrazione alla mia già di per sé labile concentrazione).

Apro Twitter e trovo questo tweet del mio amichetto del cuore di Twitter (cioè l’unico che mi calcola su Twitter) (Twitter è un posto cattivissimo, mica come Facebook) che dice

(ecco, io ora non ho la soggezione del vip, ma se mi fossi trovata in treno davanti ad Enrico Brizzi e l’avessi riconosciuto, mi sarei liquefatta)

E’ un attimo a ricordarsi dell’esistenza di Alex e Aidi. Per qaunte(i) di voi Alex e Aidi sono stati più fondamentali del tipo seduto al banco dietro di voi che non vi ricordavate come si chiamava fin quando non vi ha aggiunto su FB?  Quante di voi, almeno per una volta non hanno sognato di essere definite “un intero disco di Battisti”?

 

Io ho passato tutti gli anni del liceo innamorata follemente di un tipo che ve lo raccomando. Per fortuna poi l’ultimo anno cominciai a rinsavire e a vedere la luce fuori dal tunnel, andai in gita a Bologna e un po’ mi innamorai di un altro tipo, sempre che faceva un po’ tutto l’intellettuale e che leggeva Andrea de Carlo e, ovviamente, Brizzi. Quando tornammo dalla gita lui scrisse un Aidi grandissimo sotto il muro della nostra classe. E ovviamente Aidi non ero io.

(poi è successo che mi sono fatta grande e  già al primo anno di università pareva brutto usare come citazione Enrico Brizzi. Putroppo.)

(e nessuno ormai farà più una scritta sul muro per me, o roba del genere. Il masimo del romanticismo raggiungibile da ora in poi sarà una dichiarazione pubblica su Twitter, già lo so).

E’ un attimo a ricordarsi dell’incipit (e stralci interi del libro).

presto sarebbe volato via pure quello stupido febbraio e il vecchio Alex si sentiva profondamente infelice ma in modo distaccato, come se la sua vita appartenesse – sensazione fin troppo tipica e cruda ne convengo – a qualcun altro.

 

Vedete, a 17 gli stupidi pomeriggio di febbraio sembra davvero che dureranno in eterno e che la vita resterà sempre bloccata alle sei di sera. Poi però passano e capisci che per uno stupido febbraio che passa ci sarà sempre un’inutile marzo che arriva e che sei hai un certo “daimon” dentro di te non c’è età e non c’è amore che ti possa salvare da quella voragine che si apre dietro i vetri di certi pomeriggi alle sei di sera.

 

(Per tutte le Aidi che non sono stata, per tutte le “Camilla, inutile e triste come la birra senza alcool)

(Ecco ora me lo immagino ad Enrico Brizzi che odia essere riconosciuto solo per quello che ha scritto Jack Frusciante è uscito dal gruppo,  tipo sapete, quei cantanti che fanno il singolo di successo un po’ easy poi scrivono le canzoni impegnate e si scocciano quando tutti li ricordano solo per il loro singolo di successo. Io però ad Enrico Brizzi glielo vorrei dire che del suo libro mi ricordo interi pezzi a memoria e che ancora adesso lo considero un “Grande Romanzo di Formazione” e e che ha influenzato pure il mio modo di scrivere. Mica come quelle stronzate di Paulo Coelho che pure mi leggevo a 16 anni e che ora mi fa molto ridere. Ecco, glielo volevo dire).

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